Facebook, tu non mi avrai. (Ti tengo nascosto ciò che è mio di diritto)

Nei giorni passati ho visto che Facebook, da buon amico, ha tirato fuori dal cappello post vecchi di quasi un anno o poco più. Questa cosa da un lato mi spaventa, ‘Cavolo, è già passato tutto questo tempo?’ (ammettetelo, l’avete pensato anche voi); dall’altro mi rallegra: ha tirato fuori una foto, un post, che avevo completamente dimenticato. Magari il post con più like, certo, ma non è questo il punto. Il suo intento era quello di farci intenerire da un ricordo, presumo.

‘I ricordi migliori però li tengo per me’, ho pensato. C’è infatti una cosa tra tante che Facebook non sa e non poteva sapere, perché non ci ho fatto un post, non ho scattato foto. L’ho tenuta per me. Ma adesso ve la scrivo. Perché tanto è passato circa un anno, e a quanto pare va di moda condividere i bei momenti dopo un tot di tempo.

L’anno scorso ero a Bergamo. Come tutte le volte, dopo il lavoro prendevo due autobus per tornare a casa. Ero appena scesa dal primo, alla fermata in attesa del secondo. Quel giorno avevo finito di lavorare alle 21, le giornate si erano già allungate e per fortuna non c’era troppo buio.

Cci boi?’ sento. Dialetto. Comprensibile, non come il bergamasco. Era una lingua che conoscevo. Con la coda dell’occhio cerco di capire la fonte: un vecchietto seduto ad una panchina e una signora accanto a lui, con un muso lungo. Una 24h in due e una borsetta da cui Lei aveva appena tirato fuori una bottiglia di acqua.

Sorrido. Il vecchio mi guarda e con aria strafottente (come solo noi sappiamo fare, se siamo girati di scatole) ‘Cce sta riti, signorì?’ (Per quale motivo, oh signorina, tu ridi?) La sensazione è strana, ma è davvero bello sentir parlare il tuo dialetto in un posto che non è… casa.

‘Niente, di dove siete?’ cerco ti attaccare bottone.

‘Di Lecce’ dice la signora, mi sembrava contenta di parlare con qualcuno che non fosse il marito.

‘E come mai state qua?’ cerco di far capire le mie origini, sorrido ancora.

‘Abbiamo preso l’aereo, non sai? a Bergamo c’è l’aeroporto. E adesso dobbiamo andare all’ospedale che mio marito si è operato al cuore.’ (Modalità piazza – i fatti miei sono anche i fatti tuoi – Mode On). Occhiataccia del marito. ‘We signurì, tra quanto passa st’autobusse?’

‘Dove dovete andare?’ cerco di tranquillizzare questo animo inquieto ponendo la domanda in modo quanto più gentile possibile.

‘Dove dobbiamo andare, Fausto?’ fa la signora, italianizzando il più possibile la frase.

E Fausto, con garbo, mi spiega.

Gira e rigira alloggiavano in un Hotel vicino casa mia, così tra una cosa e l’altra, tra chiacchiere in dialetto e fattacci che non mi riguardavano, tra l’autobus che non arrivava e le ‘gasteme’ di Fausto, che era un tipo nervosetto, siamo arrivati a destinazione. Mi hanno raccontato di dover venire a Bergamo una volta all’anno, per questo controllo al cuore. E che non volevano dare troppo fastidio ai figli che lavoravano, ‘Già è tanto se gli chiediamo di fare il biglietto, che noi  computèr – detto proprio così come si scrive – non lo sappiamo usare.’

‘Eh, ma non gli possiamo chiedere niente, a quelli…’ fa Fausto.

E la moglie lo guarda, ‘potevi risparmiartela questa cosa’, sembrava voler dire.

Poi Fausto continuò ‘Tu mi puoi essere nipote’ sorrise ‘per ringraziarti della gentilezza DEVI mangiare una pizza con noi’. DOVEVO, non potevo rifiutare. ‘Ma tu mangi, figghia? Sei troppo magra. DEVI mangiare.’

‘Signor Fausto… e lei deve stare tranquillo, non si deve agitare con i problemi che ha!’

La moglie: ‘Eh, dincilu, figghia‘ (diglielo anche tu).

Ho accettato l’invito alla pizza. La situazione era un po’ imbarazzante anche perché Fausto ha voluto offrire, e non ho avuto modo di controbattere. Volevo prendere una margherita e neanche per quello ho potuto scegliere, ‘E che devi fare con la margherita! Prenditi ‘nna bella capricciosa, no?’

Certo, ‘nna bella capricciosa’!

La sera, a casa, mi sono sentita felice. Era come se avessi passato la serata con i miei nonni.

‘Arià, il telefonino ce lo puoi lasciare però! Così la prossima volta che veniamo, ti chiamiamo’

‘Il numero di telefono, signor Fausto?’

Sine, lu numero’, annuisce spazientito. Mi ha fatto ridere.

Come dicevo, deve esser passato un anno. Io la chiamata di Fausto e della sua consorte la aspetto. Adesso sono a Milano, ma se avessero bisogno di qualcosa correrei ad aiutarli.

Non ditela a Facebook, questa storia. Rimanga tra noi, che forse è meglio così.

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2 thoughts on “Facebook, tu non mi avrai. (Ti tengo nascosto ciò che è mio di diritto)

  1. Vorrei tanto che mi succedessero cose bellissime come questa. Scriverlo nell tua pagina ha tutt’altro significato che “svenderlo” su facebook, che a volte è tanto comodo, ma mi sembra sempre di più uno strumento di corruzione. Dici che ho una visione troppo moralista, cara Arianna? 🙂

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