Perché questo posto si chiama così?

Sentite, è una storia lunga, non ci posso fare niente.

Lo è soprattutto perché non mi riguarda: si tratta di tradizioni e come ogni tradizione che si rispetti, beh, la sua storia ce l’ha.

Avete un po’ di tempo da dedicarmi?

Se si, eccovi il resto.

Io vengo da Francavilla Fontana, per chi non lo sapesse, un piccolo paesino nella provincia di Brindisi, Puglia. A dir la verità ERA un piccolo paesino, mio nonno mi raccontava di quando non ci fossero nemmeno le strade e di come le macchine si potessero contare sul palmo della mano. Ma insomma, adesso le macchine sono forse più delle persone e le persone sono molte di più di quando era piccolo mio nonno, ovviamente.

Francavilla è una città quindi, non un paesino, e si potrebbe dire di tutto tranne che non sia bella.

è piena di storia, di dialetto e di chianche (avete mai visto quei pavimenti fatti con lastre di pietre asimmetriche incastrate tra loro? Ecco, sono queste le chianche! Che poi, lo voglio dire, le ho tanto odiate quando qualche sera volevo fare la spavalda e mettere i tacchi, perché davvero, sono scivolosissime).

Queste feste in particolare, di Pasqua, a Francavilla sono molto sentite e dal mercoledì si aprono le danze.

Ecco, appunto, il mercoledì è il giorno dei piatti.

Io vi racconto la mia personale esperienza, nient’altro che ricordi.

Scuola elementare, la maestra di italiano un giorno, circa un mese prima di Pasqua, ci disse ‘Allora, bambini, si avvicina la festa ed è arrivato il momento di iniziare a seminare per i piatti. Oggi chiedete ai vostri genitori di procurarvi dei semi di grano e domani portateli a scuola, insieme ad un piatto di plastica e ovatta.’

Sebbene il giorno successivo tornai in classe orgogliosa con l’occorrente, il che non era da tutti perché c’erano bambini che se ne dimenticavano e io invece ero prontissima alla semina, vi dico subito che non sono mai riuscita a far crescere questo (fottutissimo) grano.

Mio nonno voleva darmi una mano, ma siccome ero e sono testarda e volevo fare tutto da sola… Non ho mai avuto un mio piatto.

Però ho visto crescere quelli degli altri, tristemente. E insomma, il concetto è questo: ciò che si seminava poi, se cresceva, veniva spostato in una ciotola più grande, o veniva direttamente seminato nella ciotola grande – ma questo lo facevano i genitori (burloni) che sapevano già come sarebbe andata a finire, e spacciavano i piatti come opere fatte dai loro bambini (burloni pure loro)-.

Il grano, una volta cresciuto, veniva (e viene, perché i piatti esistono ancora) inserito in una cesta adatta alla sua grandezza e abbellito con carta crespa, fiori, ovetti colorati, cincini-e-cinciò per farlo sembrare super figo e appariscente.

E adesso arriva il bello: il mercoledì santo i bambini, con queste loro opere d’arte, si armano di santa pazienza (cosa che per mia fortuna/sfortuna non ho mai potuto fare) ed escono di casa con i loro cesti, pronti a fare il giro delle vie di Francavilla con in bocca solo una frase da rivolgere a chiunque: “Ccé ti piace lu piattu mia?”, che tradotto sarebbe “Ti piace il mio piatto?”

I poveri malcapitati, che non possono assolutamente rispondere di no, soprattutto per non ferire il povero bambino che ci ha messo tanto impegno a far crescere il suo piatto, sono tenuti a regalare dolci o qualche monetina. Sottolineo il fatto che i bambini non devono solo camminare per le vie della città, ma hanno anche il lasciapassare per suonare al citofono di tutte le porte che incontrano sul loro cammino, e questa è una cosa che mi fa molto ridere, perché qualche anno fa, avendo a casa il citofono con la videocamera, vedevo tutte le facce super contente e ansiolitiche dei bambini che dopo aver suonato, aspettavano quel qualcuno a cui poter rivolgere la ‘registrazione’ “Ccé ti piace lu piattu mia?

Anche se è una cosa che non ho mai potuto fare, per i motivi che vi spiegavo, a me piace rispondergli ‘Sì’, perché poi li vedi contenti, anche se non dai loro niente.

Comunque dopo il giro delle case e delle strade, questi cesti trovano il loro posto nelle diverse chiese di Francavilla, dove servono ad abbellire gli altari che verranno visitati dai credenti il giovedì santo: giorno dei Sepolcri.

Ma questa è un’altra storia…

Allora, dal mercoledì santo e dal fatto che non ho mai avuto un mio piatto, parte l’idea di questo contenitore di grano virtuale, che poi non so se tutti i semi cresceranno alti, o se anche questa volta sarò incapace a curare la mia semina, ma l’idea è che questo blog è il mio piatto, insomma.

La domanda che vi faccio adesso è di circostanza, lo so, ma…  Ccé vi piace lu piattu mia? 🙂

Ps: la foto in copertina è di quella che alcuni hanno chiamato ‘la rosa dei venti’ di Francavilla: secondo questa incisione Francavilla sarebbe il centro di Terra d’Otranto, settima Provincia del regno di Napoli.

Ps2: Buona Pasqua a tutti!

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